Migliaia di docenti, in queste settimane, si stanno unendo alla protesta promossa dal gruppo «Istruzione di Qualità in Trentino». Oltre cinquanta Istituti coinvolti. E i numeri sono in crescita. Sulla falsariga dell’esperienza di colleghi e colleghe di Bolzano, si chiedono un salario adeguato e il riconoscimento economico e sociale del nostro lavoro, attraverso uno sciopero bianco che consiste nel blocco dei viaggi d’istruzione e dei progetti.
La buona notizia è che - finalmente - qualcosa si muove: di scuola parlano sempre in tanti, ma la scuola, gli insegnanti soprattutto, tacevano da troppi anni. Evidentemente siamo arrivati al limite della sopportazione. O ci siamo comunque molto vicini.
La scuola è umiliata, certo, dal drastico taglio alle risorse ma, più ancora, da tutto ciò che negli ultimi decenni si è accumulato nel segno di un mito dell’innovazione che, paradossalmente, ci ha fatto perdere di vista la realtà: quel mito venera divinità come la digitalizzazione forzata (in barba a tutte le evidenze scientifiche dei danni che comporta), l'efficientamento (che si traduce in massima parte in aumento della burocrazia), l'autonomia (che maschera una dinamica sempre più verticistica delle decisioni), il merito (che finisce per allargare le disuguaglianze sociali), il ruolo ancillare della scuola alla produzione (che toglie allo studio dignità propria). Senza contare i decreti ideologici che stanno spostando la scuola italiana fuori dal solco tracciato dalla Costituzione (dal tetto agli studenti stranieri al consenso delle famiglie per l’educazione sessuoaffettiva ai decreti sicurezza).
Abbiamo accettato tutto questo come se fosse una necessità ineludibile. Anzi, abbiamo addirittura fatto nostro quel mito, finendo per condividerne la logica e i concetti, per inchinarci alle stesse divinità. Siamo diventati talmente zelanti che adesso vorremmo che tutto questo ci venisse riconosciuto in busta paga.
Al di là del metodo, malamente scopiazzato dalle valli sudtirolesi, portato avanti in ordine sparso e che si presta facilmente alle critiche dei benpensanti, il rischio è che, se anche la protesta dovesse funzionare, quel che si potrebbe ottenere sarebbe l'ennesimo compromesso tra i sindacati che porteranno a casa qualche spicciolo e la PAT che avrà in cambio qualche altro sacrificio ai soliti Dei.
Impariamo invece dagli studenti:
gli studenti hanno capito benissimo che l’obiettivo è comune e dev’essere puntato su quel punto dove convergono tutte le battaglie sociali, espressione di un malessere diffuso e sempre più intollerabile.
Diciamolo chiaramente: la questione salariale è sacrosanta, ma lo è solo e proprio nella misura in cui è trasversale a tutte le categorie del lavoro dipendente.
Di più: la difesa della «Scuola della Costituzione», pubblica e di qualità, è sacrosanta, ma non è separabile dal rifiuto della guerra e del genocidio che si sta consumando in Palestina, dalle lotte per la casa, dalle piazze contro il carovita, dalle battaglie ambientaliste, antisessiste, antifasciste e antirazziste.
Gli studenti hanno capito meglio di noi che questo distopico presente (non il «futuro» che si evoca ingenuamente) non è conseguenza di una crisi o di una momentanea difficoltà di un sistema altrimenti buono, ma, al contrario, è la realizzazione concreta di ideali e visioni che ben poco hanno a che fare con le belle parole di cui tutti continuano a riempirsi la bocca.
Nelle manifestazioni degli studenti di questi giorni, le bandiere palestinesi, gli slogan antifascisti, le tende piantate davanti a Montecitorio, così come - in direzione uguale e contraria - la durezza della repressione poliziesca e il vergognoso atteggiamento della politica e dei media (che anziché rispondere alle richieste delle piazze si limitano a denunciarne gli episodi di violenza)… tutto questo mostra come gli studenti abbiano capito che una scuola povera, umiliata, militarizzata, digitalizzata è assolutamente coerente con una crescente concentrazione del potere economico e politico, con la criminalizzazione del dissenso, con il riarmo nazionalista, con la privatizzazione dei beni comuni.
Ben venga dunque la mobilitazione, ma guai a fermarsi all’orto di casa: raccogliamo il vento che si sta alzando e restituiamo alla scuola il ruolo che le spetta. Impariamo dagli studenti.
Trento, 20 ottobre 2026 NZeAG

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